Ti accorgi che stai invecchiando quando… 

Sostituisci l’abbonamento decennale a Cosmopolitan con quello a Starbene, perché non è più avere notti sempre più hot che ti interessa, ma avere sempre più giustificazioni plausibili per evitarle.

Le ragazzine che attaccano bottone con te  finiscono per chiederti “Ma perché, quanti anni hai?” e replicano con un “Ah”. Seguono silenzi imbarazzanti e occhiatine in giro per trovare spunti e  cominciare discorsi adatti alla tua età, finendo poi sempre con un “sei sposata”?

Sostituisci il caffè serale con la tisana al finocchio, perché altrimenti non dormi. Senza contare che è un ottimo digestivo.

Quando ti svegli al mattino sembri una costruzione Lego. Tutta da rimontare. Clic, clac, argh.

Tua madre esordisce con un “Ma perché non ti compri qualcosa di più giovanile da mettere addosso!”. Ti sforzi di comprare qualcosa più da… shampista per poi rinunciare in preda al panico. Realizzi che non hai più il fisico, troppe rotondità.

Inizi a chiamare gli strati di adipe molliccio e bucherellato che ti si sono depositati addosso con gli anni “rotondità”. E non sei grassa, sei robusta.

Ti sorprendi a commentare la potenza pulitrice dei detersivi per pavimenti tra gli scaffali del Carrefour con una casalinga che ha il triplo dei tuoi anni, annusandoli tutti prima di comprare MastroLindo solo perché era una pubblicità stra-in-voga quando eri piccola. Dev’essere per colpa sua che per un periodo hai cercato solo uomini tutto muscoli (il niente cervello che implica è cosa verissima, testato su ampia gamma).

Cominci a comprare le cose che vedi in pubblicità, e non puoi più fare a meno del Glade Microspray, che ti profuma il salotto in modo discreto e duraturo. Come rinunciare a una casa che profuma di mela e cannella!

Passi in farmacia i tuoi pomeriggi liberi, sei informatissima su tutti i prezzi, i dosaggi e le ultime novità. Stai facendo amicizia con la farmacista, che ti ha preso sotto la sua ala protettrice cercando di sostituirsi a Lourdes. Sei il suo investimento più grande.

Trascorri i momenti liberi in cui non sei in farmacia a pulire la casa, nel tentativo di sbiancare tutti gli spazi tra le piastrelle del pavimento ed eliminare ogni infinitesimale traccia di calcare dai tuoi lavandini.

Vai dal medico non per chiedergli impegnative e ricette, ma solo “un consulto”. Il primo passo verso l’andarci solo per fare due chiacchiere, mentre i giovani in coda dopo di te imprecano e la badante si gode l’ora d’aria.

Vai a letto in compagnia di due gatte e due borse dell’acqua calda, una grande per la pancia e una piccola per i piedi. Giri per casa con una versione non impermeabile dei Moon Boot, con il pelo all’interno, e i calzini di lana colorati.

Passi ore al telefono con la nonna ottantenne parlando di TENS e applicazioni: sei la persona più informata a cui lei possa chiedere un parere. E non hai studiato medicina.

Dici al tuo fidanzato “Domani alla luce ti faccio vedere quanti capelli bianchi ho!” e lui ti risponde serafico che “Mur, si vedono anche così”.

 Ma è proprio dagli insulti che ti vengono in mente in quel preciso istante che capisci di essere ancora giovane, tutto sommato.

…“Prometti di amarla e onorarla, nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia, finché morte non vi separi?”

Sei a casa da due giorni con l’influenza, abbandonata a te stessa, uccisa lentamente dalla sinusite e scatarrante ad ogni boccata d’aria. Non ti lavi da un giorno, sei in pigiama dall’ultima volta che ti sei lavata e sul pigiama hai messo anche la vestaglia pelosa rosa evidenziatore, per non prendere freddo. Lui, preso da improvviso spirito umanitario, dimentico di tutti i pericoli di contagio, decide di venire a trovarti. “Hai bisogno di compagnia e coccole!”, ti dice al telefono,  facendoti presagire seratina sotto le coperte tra massaggini e strofinatine di naso (sì, come gli esquimesi. Se ti baciasse con la lingua rischieresti il soffocamento).

Arriva mentre tu sei lì attaccata al cordicino dell’aerosol, intenta a liberare almeno il primo tratto di cavità nasale per non dover comunicare a versi, cosa che ti renderebbe un po’ meno umana. Ancora. “Ciaaaao!”, gli dici, scodinzolante, felice di avere qualcuno intorno. “Ciao mur! Mamma, mur, che colorito. Sei grigia! E hai le occhiaie ancora più grigie!”. “Ma fottiti!”, pensi forse a voce alta. “Ma povero mur”. La serata, invece che sotto le coperte, prosegue davanti alla Corrida, vista per intero, la prima (ed ultima, malattia permettendo) della mia vita. E dopo la Corrida, una tazza di tè caldo e La donna bionica. Ma la cosa più riprovevole: tra una pubblicità e l’altra lui ti ha rifiutato. Ci hai provato, eh, ad allungare le zampe e strofinarti un po’, ffrrr-frr-frrrrr, presa da picco ormonale mai visto prima, ma ti ha rifiutato. “Mur ma sei malata! Prendi freddo!”.

Gli uomini! Finti. Falsi come Giuda. Non ti dicono “Mur mi ricordi tanto  un incrocio tra Yoda e Uan, sei eccitante come Tinky Winky”, ti dicono “Ma amore prendi freddo!”. Come sono altruisti. Che spirito. Tu incassi, tiri su di naso, e ti accoccoli sotto la sua ascella ammirando le tecniche di combattimento della donna bionica, una stangona bruna supersexy, aspettando tempi migliori. Chissà se si immaginasse di poter arrivare a tanto, quando ti ha chiesto di sposarlo.  Che lo ha fatto il primo d’aprile, eh, per poi essere libero di dire “scherzoneeee!” alla prima malattia. O forse ci ha creduto davvero, di volerti tenere per sempre, in salute e malattia, truccata o struccata, in pigiama o autoreggente, e forse solo quando, a distanza di quasi un anno, hai dovuto riportare l’anello al negozio per farlo allargare di tre misure, tre, forse ha iniziato a ripensarci. Ma a quel punto hai dato un’occhiata rassicurante al suo manigliozzo dell’amore e hai pensato “Questo sì che è crescere insieme”. Ah, l’amore.

aborto di me.

14/04/2009

aborto di me

Sono uno schifo. Mi sento uno schifo. Sto che è uno schifo. A parte fisicamente, con la faccia deturpata dall’antibiotico, il rene destro a puttane, sabbia al posto della pipì, la cervicale tornata alla ribalta dopo nuoto questa sera, le ovaie che iniziano il meticoloso lavorio di ogni sacrosanto mese. Ma poi c’è il mentalmente, da trattare. Vuota. Senza voglia di fare niente, di pensare niente, di risolvere niente. Vorrei riavvolgere il nastro ma non trovo la cassetta e non ho la forza per cercarla. Ho messo in ordine cd e documenti tutto il giorno, mi sono perfino infilata in cantina, credo di essere stata la prima a farlo in questa famiglia, pensare che siamo qui dal ’96. E mi è preso il raptus: io quel posto lo devo riordinare. Voglio analizzare, spulciare tutto quello che c’è dentro. Ovviamente la notizia è stata più che bene accolta dal genitore, che però non si è offerto in aiuto.  Ci penserò, da domani. Ho  comunque trovato nel loculetto prossimo all’implosione i libri che cercavo, letteratura latina e Pirandello, non mi sembra vero. Ho trovato non so come la forza di smettere di cucinare per andare in piscina, sono tornata, mi sono rimessa a cucinare e dopo aver cenato mi sono buttata come un cuscino di piombo sul divano. Xfactor, la semifinale, tanto per sentire della musica che non sia l’album di Amy Macdonald, che mò anche basta, lo so a memoria e l’ho scaricato solo da una settimana. Bello eh, molto molto bello. Speravo in una giornata di pace assoluta nella mia tana, domani, e invece ho scoperto che sarò in compagnia di mio fratello e quindi dovrò condividere spazi e aria. Uff. Poi mi tocca andare coi pensionati a fare code per a) ritirare gli esami del sangue, ossì, quelli da centotrentunovirgolaventi euro e b) andare dal medico a fare un’impegnativa. E invece vorrei starmene a letto tutto il giorno. Tutto. Nel frattempo continuerò a sentirmi uno schifo, e a sentirmi gelosa, e stupida, e pignola, e ipercritica, e sola, e triste, e di troppe pretese. Poi forse alzerò le spalle.

10/03/2009

ilalla

Qui succedono cose strane. Di là l’aspirapolvere di Maria che mi sta scrostando il bagno, di qui la tv che bercia. In mezzo, io. Sulle gambe il computer, come sempre, con la noia di sempre.

 

Non sono in università per miracolo, e non riesco a godermi la cosa. Fuori sole. Ho mal di testa, il collo bloccato. Un po’ di scazzo residuo che non se ne vuole andare. Le mani che sanno di fertilizzante naturale (traducete un po’ voi), stamattina dopo tanto tempo ho ricominciato ad occuparmi delle mie piante. Aspetto le 16 per andare a sgomitare coi pensionati per ottenere dal mio medico le impegnative per fare quella dozzina di esami prescritti dal gastroenterologo stamattina. Ho la febbre, la solita febbriciattola da infezione barra infiammazione che ho da novembre ma che oggi con il mal di testa si fa sentire di più. Mi telefona l’ottico, forse hanno trovato delle lenti a contatto superdotate per i miei occhioni grandi grandi. Mi sento come se fossi in decomposizione, non me ne va una giusta. In più un lavoro infinito su Montale che mi trascino dalla scorsa settimana. Una tesina sul Medea di Christa Wolf che aspetta di vedere la luce, la gatta che vuole mangiare. Oh, c’è Gusto. Sottofiletto di fassone con lardo e topinambur gonfia-pancia.

 

Ilallà svegliati, è primavera. Presto arriverà l’autunno, e potrò finalmente cadere dall’albero.

Porco di un Cane, sto male. Di nuovo, sì. Peggio del solito, questa volta.
E smettetela, smettetela di dirmi di guardare dentro di me per trovare la causa dei miei mali. Il freddo bastardo è la causa del mio male. I denti cariati sono causa del mio male. Le emorroidi che mi verranno stando sdraiata a letto a causa del mio male saranno causa del mio male.
Basta dire cazzate, il prossimo che ci prova me lo mangio.
Mi mancava un esame alla laurea: due settimane a casa con la febbre… Per il mio medico è ansia, e allora teniamocela. Insieme alla febbre e tutto il resto. Per la seconda volta mancava un esame alla laurea (sì, era sempre lo stesso) – scusate se mi distraggo, ma proprio in questo momento è partito LIKE A ROCK nello stereo, credo che Ironia si stia accanendo su di me – e anche a questo giro febbre e malessere e tachicardia… biancospino in opercoli, ecco la soluzione. Non mi manca più nessun esame alla laurea, mi godo la vacanza tranquilla e… Buuum: febbre, sinusite, mal di gola, tosse, raffreddore. Tachicardia. Non riesco ad alzarmi dal letto. Non so voi, ma a me non pare sia ansia. Ho piantato gli opercoli di biancospino nei vasi sul balcone, rimpiazzandoli con aerosol e antibiotici. Vi farò sapere se in primavera nascerà qualcosa.

Bum bum bum

27/01/2009

Ho la casa che si scrosta.
Da settimane ormai, crollano giù pezzi di intonaco.
Sulle mie pianticelle sul balcone, sulla testa dei passanti.
Sta cambiando il pelo, povera cicci.

Sono SETTIMANE che la situazione è così e sembrava aver trovato un equilibrio (transenne che invitavano i pedoni a passare dall’altro lato, indifferenza generale dei condomini che non avevano nessuna intenzione di sborsare per l’intonaco di una casa costruita nel 1996).

Ma oggi, oggi che sto male e ho la testa che esplode, la febbre che pulsa, il naso che cola, oggi qualcosa è cambiato.
TOC TOC TAC TAC TOC TOC TOC. Dall’alba. TOC TOC TOC.
Un tizio appeso a un camion sta prendendo a randellate il muro. Proprio oggi che sto male e ho la testa che esplode la febbre che pulsa il naso che cola e – dimenticavo – la tosse. TOC. Come se ce lo avessi nel cervello, quell’omino, e stesse giocando a freccette con le mie cavità orbitali.

E proprio in questo momento, mentre il toctoc dell’omino del cervello sembrava indebolirsi (pausa pranzo, credo)…
FUUUUUUUUUUUUUU FUUUUUUUUUUUUUUUUUUU. La mia omina delle pulizie. Mò glielo faccio ingoiare, quell’aspirapolvere. Ecccheccazzo.

28/11/2008

Volevo la neve. Speravo arrivasse, la desideravo parecchio.

Adesso che è arrivata, guardo incuriosita fuori dalla finestra: pesanti fiocchi di neve che cadono giù veloci, gli alberi completamente bianchi, solo qualche foglia spunta ancora qua e là, i tetti bianchi… e non succede niente. Non una sensazione. Sto lì, ammutolita, a guardare. Mi infastidisce quasi. Poltiglia per strada, la sensazione dell’imminente scioglimento che arriva, il freddo che però non è abbastanza freddo. Non esco di casa, non ho voglia di bagnarmi. Penso a quand’ero piccola, penso alla neve come quasi unica soddisfazione invernale, penso al bob e alle palle di neve. Adesso niente di tutto questo mi affascina. Non il bob, ovvio, ma neanche l’idea di guardare per ore i fiocchi scendere giù e posarsi sulla finestra. Da piccola non vedevo l’ora che succedesse. Poi mi perdevo ad osservare la struttura di ogni singolo fiocco di neve, e quando questa era abbastanza asciutta, quella struttura era riconoscibilissima. E’ bello il fiocco di neve. Era bello.

Insieme alla perdita di interesse per la neve, ce ne sono state tante altre.
Quella per il Natale ad esempio. Non lo sento più. Dicembre diventa solo un mese come gli altri undici, solo che ci sono tante lucine in più per strada. E’ bello fare shopping per i regali, ma niente più. Anzi, negli ultimi anni anche quello si è trasformato in un incubo.
La befana poi. La calza piena di caramelle, cioccolato, carbone, sorpresine e mandarini. Gli stessi mandarini che poi usavamo per fare delle candeline improvvisate, era divertente. Adesso il sei gennaio è il sei gennaio, e potrebbe essere il 12 il 30 o un altro mese. e’ sempre tutto uguale.

Che bello essere adulti (voglio tornà bbbambiiiiiina!).

Qui dal torinese nessuna nuova, buona nuova. Una perfetta scenetta prenatalizia: la candelina accesa davanti all’albero di Natale politically correct (muji), i calzini di lana fluorescenti ai piedi (i miei preferiti), la luce soffusa (by Ikea), un libro (filologia germanica), la gatta che ronrona e mi scalda la pancia tendendo una zampina che chiede di essere considerata (meeeo). Il pc per tenere d’occhio facebook (tzè, esibizionista che non sono altro), la tazza di té appena finito (frutti rossi) e le matite colorate per sottolineare (Giotto, che costano poco).

Però mi rendo conto che tutti oggi (ma proprio oggi, non intendo al giorno d’oggi ma oggi-oggi inteso come oggi, come presente insomma, come stasuccedendoquieadesso) parlano di pazzia. Bah, sarà il Natale che si avvicina. Sarà che forse un pò tutti non siamo poi tanto normali, a pensarci bene. Sarà che dovrei andare al centro commerciale ma non ne ho nessuna voglia e non ho un soldo da spendere. Ma le lenti a contatto le ho su da almeno due mesi e mezzo, che io mi ricordi, e sono mensili. E mi stanno cavando gli occhi, e ne ho bisogno. E poi avrei bisogno della cipria, che quella che ho adesso mi fa sembrare pallida come un cadavere, e io emo non mi ci sono mai sentita. Mi sbianca la faccia di almeno tre tonalità, e mi conferisce quel certo non so chè di nobile. Ma a me fa schifo il pallore, soprattutto in inverno. Micia pesta la mia pancia. Ronron. E poi vorrei la neve, ma quella credo la avrò stando a New York nei giorni di Natale. Si tratta solo di pazientare, Ila, pazienta su. Mi è tornato il mal di gola, governo ladro (un pò tutti, non solo questo qui). I piedi mi fanno marameo, gelano su una superficie vetrosa e ghiacciosa. Freddo. Mangio Tiramisù, e penso a quanto faccia male mangiare Tiramisù. Micia si sdraia sulle mie gambe, smette di ronronare, dorme. Chissà se il tic tic dei tastini le dà fastidio. Poco male. Ho male alla schiena, alle ovaie, a un piede (il tendine del quarto dito fa clicclac giocando a nascondino tra le ossa). Penso che è bello essere giovani e in forma. Compilo l’agenda, mi fa sentire impegnata. Più che altro essendo nostalgica ci scrivo le cose dei giorni passati, invece che di quelli futuri. Hotel con Don, cena con Don, hotel con Don, cena con Don e mamma di Don. Babysitting del cane di Don. Si capisce subito quali siano il mio principale pensiero e la mia principale attività. Don. Tre lettere, tre parole. Sempre sole cuore amore. Il sole non c’è, ma cuore e amore sempre un casino. Miele. Mielosi. Com’è bello esserlo e chissenefregadicoio di chi non lo è e mi giudica per questo. Don di qua, Don di là. Io e Don facciamo, io e Don disfiamo. Anche su Facebook Don imperversa. Don tenero che mi porta a New York, Don aggressivo che mi scopazza qui e là, Don cambiato rispetto a prima, Don che fruga nel mio passato pulcioso. Don che mi fa diventare possessiva e aggressiva e gelosa e irritante. Don che tira fuori il meglio di me insomma. Don a cui penso 24 ore su 24, e tutto quello che voglio sono un letto e quattro mura. Di più, molto di più di quattro mura. La stanza da letto, la stanza degli armadi, il salone dei ricevimenti, la stanza di Filippo, la stanza degli ospiti, la cucina, il bagno degli ospiti, il nostro bagno, il bagno di Filippo. Tanto decide Don. E chissenefrega, datemi un monolocale di 40 metri e sono felice lo stesso. Se c’è Don, certo. E proviamo a farlo, sto Filippo, proviamoci e riproviamoci ancora. Poi quando sarà ora smetterò di prendere la pillola e magari ci riusciremo anche. L’importante è provare, l’importante è partecipare.

Chiedo scusa per aver tolto il tappo al mio flusso di coscienza, ma ogni tanto ce n’è bisogno. Se non altro per favorire un pò di sana Follia. We’re all mad, here. Lo dice il gatto, dagli retta.