Ho passato la mattinata al ShampaVillage. In mutande su un lettino a farmi coccolare con cera calda e strap-strap-strap. Spatola, striscia, pinzetta, olio. Gambe, inguine, sopracciglia. Era ora. Tutto attorno a me belle, giovani e shamposissime apprendista-estetiste intente a sperimentare tutti i trattamenti sulle clienti e tra di loro. 

E’ primavera. Sono uscita dal letargo, ho eliminato il pelo accumulato in lunghi mesi di niente-gonna-che-fa-freddo-niente-sesso-per-stesso-motivo. Adesso è tutta un’altra cosa. Gonne a gogò, che è primavera. Per il sesso niente da fare, ci sarà il passaggio da niente per il freddo a niente per il troppo caldo.

Stando tra le sosia delle scosciate di Sucker Punch ho deciso: cambio direzione. Voglio fare l’estetista. Voglio avere 18 anni e iscrivermi a quella scuola lì, e passare le giornate a farmi fare trattamenti gratis dalle amiche. Pulizia del viso, trattamento per la circolazione, massaggio seno, ceretta, massaggio per la cellulite. Gratis. Tutti i giorni. Che poi su di loro è tutto sprecato, non ne hanno bisogno. Usatele su di me, sperimentate! Riesumatemi.

Beh, mi sono sentita un po’ loro nonna, e ho pensato Cazzo, è ora di morire.

Non so, sarà che è un periodaccio. Mi sento vecchia. Mi sono sentita vecchia improvvisamente un giorno, e altrettanto improvvisamente ho capito perché gli uomini corrono dietro le giovinette. Perché? Ma ce lo chiediamo, vecchie carampane? Siamo fossili, care le mie vecchiotte, fossili e fossilizzate. Con pretese, con arie, con giudizi. A vent’anni non hai niente di tutto ciò. Nel peggiore dei casi puoi essere un po’ snob e me-la-tiro, ma in tutti gli altri a vent’anni sei una meraviglia. Bella, soda, la cellulite non sai nemmeno che forma abbia, le tette rotondette e piene, il culo sta su anche senza i collant 100 denari. Sei senza pregiudizi, idealista, felice, spensierata. Se poi fai l’estetista sei spensierata un po’ più delle altre, perché non so quali preoccupazioni possano dare i punti neri e i peli incarniti tra l’altro non tuoi. Voglio diventare estetista. Ma che poi no, anche lì c’è tutto uno stile di pensiero. Tipo che se è solo per abitudine che la mattina passi quei tre minuti davanti allo specchio a imbellettarti; se resisti per più di due o tre mesi senza provare alcuna tentazione di eliminare i peli dal tuo polpaccio, anzi ti piace passarci in mezzo le dita e osservare le sfumature di colore che prendono allungandosi; se riesci a passare davanti alla vetrina di Sephora senza nemmeno accorgertene… beh, l’estetista non la puoi fare. E’ una vocazione, ed è una Signora Vocazione. Perché i centri di estetica sono come le onoranze funebri: ce n’è sempre bisogno. Ed andarci per riflettere sugli anni che passano è un po’ come morire.

Vecchiaia

21/03/2009

lunaNon ho l’eta. Non più almeno, fino a un po’ di tempo fa ce l’avevo ancora tutta.
Poi si invecchia, si sta insieme al fuocodipassione prescelto per più di qualche mese, e anche i succhiotti spariscono. Niente più macchie violacee, segni di evidente passione. Neanche più qualche lividetto fatto per sbaglio.
Si ingrassa. Guardo le foto di un anno fa e inorridisco. Sembro la cugina grassa di quella lì. Mi sento più intelligente in compenso, ma cavolo, non ho mai detto di voler far cambio. Voglio tornare magra. Che magra non ero, ma lo ero comunque di più. E soprattutto ero tonica, e lo sto notando adesso (ah non si apprezza mai quel che si ha, eh sì).  Da martedì piscina, e dieta, e litri di acqua naturale, e addio alla ritenzione idrica. E devo fare la ceretta e tagliarmi un po’ i capelli per smetterla di fare quella cosa durante tutte le lezioni. Una cosa disgustosa, per chi guarda, ma iperrealizzante per me. Scruto le punte dei miei capelli scrupolosamente, per ore, mentre la gente parla, cercando di individuare quelle che si dividono scomponendosi in tanti piccoli sfilacciamenti. Poi individuo, ed entra l’automatico: prendo il capello con le due mani, facendo attenzione che sia solo, lo metto tra gli incisivi e tac, mordo. In mano mi rimane la doppia punta, il capello lo sputacchio fuori. Ore, ci passo le ore.
Ho messo in ordine il mio armadio, oggi, dopo settimane di accumulo di vestiario in ogni dove. Sullo stepper (inutile dire che ormai anche lui serve solo più a quello), nella vasca da bagno, su una sedia trascinata in camera apposta per far fronte all’emergenza, sulla mia poltrona, nel cesto delle bambole (ebbene sì, ho anche una collezioncina di My Dolls. Lo dico sempre io, che non sono mai uscita dall’asilo. Qui sotto la scrivania ho sei confezioni di pongo). Ho tirato fuori e rimesso dentro tutto. Però in modo minuziosamente e maniacalmente ordinato. Poi ho fatto la stessa cosa con l’armadio del bagno, trovando una location adatta a tutte le scarpe e alle borse. Ho scoperto di avere scarpe gialle, verdi, nere col tacco alto. E’ il 21 marzo, è il caso di chiamarle pulizie di primavera.
Sono allibita. Su Cosmopolitan (che viene recapitato a casa mia ogni mese direttamente da parte della nonna, che mi ci ha abbonata qualche anno fa e da allora forse per inerzia ha continuato a farlo) esce di nuovo un romanzo a puntate. Vorrei che da qualche parte ci fosse qualcuno ad aspettarmi, un romanzo a puntate di Anna Gavalda, così recita il titolo. Una roba di un noioso mortale, ti prende fin dalla prima riga…  “Si chiama Alexandre Devermont. E’ un giovanotto biondo e roseo”. Bah. Quanta carta sprecata. In compenso devo approfondire la notizia in copertina: sapevi che puoi provare 5 diversi orgasmi? Questo è moooolto meglio.
Pensavo, mentre sistemavo l’armadio, che non ho ricordi della mia recente infanzia forse perché mi hanno saccheggiato la casa. Voglio dire: ho qui delle bambole che però hanno 3 anni di vita, e quindi non mi ricordano quando ero bambina. Avevo anche Baby Mia, da piccola, e Sbrodolina. Quando  i miei hanno divorziato, e quindi abbiamo velocemente cambiato casa per cambiare velocemente pensieri, hanno lasciato tutta la casa a disposizione degli avvoltoi. Avvoltoio zio, avvoltoio zia, avvoltoi cugini. Gli han detto: guardate in giro e se vi serve qualcosa prendetelo. Per facilitare i traslochi. Poi è mancato, forse perché da parte della squadra genitrice i problemi in quel momento erano altri, il controllo all’uscita, e chissà come sono andate smarrite anche un sacco di cose che non erano omaggi. Mi manca più che altro la mia giostra di Hello Kitty con tutti i personaggini, e la mia bambola Ramona. Un nome da zoccola, lo ammetto, ma lo aveva già quando me l’hanno regalata. Aveva i capelli rossissimi raccolti in due codine laterali e le gote rosse. Morbidosissima e grande quanto me. Sparita, buh. Non parliamo delle carrellate di libri che gli infami si sono portati a casa. Che poi ho un parentado di zoticoni ignoranti, l’unica ipotesi valida è che se li siano presi per rivenderli. Mica scemi. Mi manca anche un po’, adesso che ci penso, una grossa mela di vetro che dentro teneva un sacco di piantine organizzate tipo giardino roccioso. Era accanto al pianoforte in salotto quando ero piccola, questa è l’unica cosa che ricordo. Di quella casa là mi manca il terrazzo, grande e infinitamente lungo al settimo piano, e la  vista sulle montagne bianche. Mi manca anche la soffitta, dove mi rintanavo quando ero triste a cercare le cose abbandonate, la gabbia coi miei dieci canarini, il lettone altissimo della stanza degli ospiti. Il tecnigrafo di mio padre che stava al secondo piano e quando era ora del mio compleanno veniva trasformato in tavolo e  sotterrato da torte, salatini, patatine. Lo stereo al secondo piano, ancora per i dischi in vinile. Poi non mi ricordo molto altro. Una grossa grossissima libreria (i libri più che altro erano d’arte, essendo i genitori entrambi del settore), un grosso specchio e un grosso comò nella stanza dei miei, col lettone in ferro battuto. Le tende curatissime di mia madre, in tinta con il divano e la tovaglia. Ho una madre perfezionista, ecco da chi ho preso. Mi ricordo l’albero di Natale nell’ingresso forse uno degli ultimi inverni passati in quella casa, quella che è rimasta la mia casa, che i nonni, adesso posso dire forse per non farci sentire la tristezza, avevano attorniato di regali costosissimi. Forse è stato l’ultimo Natale, la crisi era già iniziata. Se si può chiamare crisi, quella roba lì.