Dio perdonaci, perchè L’abbiamo sfigurata. Bisognerebbe istituire un corso di laurea in “Restauro Della Bigioia: come farla diventare più bella”. Se non proprio un corso di laurea, almeno un master, o proprio alla peggio un corso della Regione. Di quelli che poi magari un lavoro non lo trovi, ma hai fatto qualcosa di utile per la tua formazione. Tipo imparare a rammendare i calzini di tuo marito, che non hai ancora ma che adesso, sicura dell’arte del rattoppo e pronta a servire per tutta la vita, troverai.
Ce l’hai data coi peli, e noi quei peli li abbiamo rinnegati. Non li vogliamo proprio. Non sono igienici, non sono estetici, non sono dello stesso colore dei capelli quando ce li tingiamo. Non sia mai. Per senso del pudore, ma soprattutto nel rispetto del canone del Bello, io la mia tendo a nasconderla. Lascio il triangolino che tanto mi pare naturale, e estirpando i peletti di troppo rispetto le proporzioni circonferenza interno coscia-patata. Perchè se hai cosce di cinquanta chili cadauna, che si congiungono in un punto non ben identificabile sotto cuscini cadenti di morbido grasso, dovresti evitare di mettere in risalto quel “non ben identificabile” rasandolo tutto, lasciando solo una sottilissima I. I come Inferno, I come Infermo, I come Ilgustodellorrido. Fa obiettivamente schifo. E anche quella tutta tutta rasata, se non sei proprio uno stuzzicadenti di donna, incute timore reverenziale. La guardi lì, lucida, grassa, autorevole, morbida, così… divisa, e pensi che non vorresti essere uomo. Infilarti lì in mezzo? Na, potresti non uscirne mai più, o perdere per sempre la tua preziosissima Arma. Se poi sfoggi una chioma biondo platino e lì sotto hai una foltissima peluria color ebano, c’è qualcosa che non funziona. Dev’essere una di quelle cose che manda in visibilio i maschietti. Poi c’è sempre la magrolina con la pipistrella coi boccoli. La guardi, e ti sembra che ti voglia fagocitare da un momento all’altro.  E’ enorme: stai lì, la guardi, e non capisci come una cosa tanto folta, vaporosa e boccolosa possa stare appiccicata a un donnino così esile. Pensi che Fffshtt. Anche questa dev’essere una cosa che fa impazzire gli uomini. Poi ci sono le creative: acconciate a S di Supergnocca, a stelline di Tifaròsentireincielo, a Fulmini di Cirimarraiseccoedovraitornare.
Dio ti perdono, perchè di peli dovevi darcene di più. Mi avrebbero permesso di farci un murales con scritto “Tu non puoi entrare”.  Adieu, ormoni cazzuti di tutto il mondo.

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corpoHo mani troppo grandi. I gomiti divergenti. Troppi nei. Lobo dell’orecchio leggermente all’insù invece che precipitevole verso il suolo. Naso arrogante. Maniglie dell’amore. Tette pesanti e cadenti, smagliature. Sono molle, ho qualche chilo di troppo e la cellulite, in particolare sulla coscia sinistra, dove anni fa si è aperto un cratere che non si vuole richiudere. Polpacci poco sviluppati verso l’interno, con effetto gambe storte anche se storte non sarebbero. Piedi cavi e grandi, dita tozze. Organi interni diversamente abili, c’è chi funziona e chi no. Ipercolesterolemia famigliare. Gruppo sanguigno A1 negativo. Interventi chirurgici: tonsille, adenoidi, appendice, cisti dermoide, mignolo del piede sinistro. Qualche cicatrice procurata per lo più infilando ferro rugginoso nella pelle. Una artistica sulla caviglia, in verticale, solco lasciato anni fa dal rasoio che insieme ai peli (pochi) portò via soprattutto carne. Qualche segno della caduta rovinosa in quinta elementare, quando caddi di faccia rompendomi quasi del tutto un incisivo, che si infilò nel labbro superiore per poi perdersi tra le pietroline sull’asfalto, e quelle due settimane senza mangiare chi se le scorda più. Cicatrice sulla mano, ricordo di una caduta in bici. Cicatrice sulla mano n.2, ricordo di una mano infilata incautamente nel forno e rimasta attaccata alla sbarra del grill. Cicatrice di cinque punti sul petto, con progetto di epigrafe tatuata accanto: “Qui giace ricordo di cisti dermoide”. Cicatrice di otto punti sul ventre, dove c’era l’appendice retrocecale =  taglio più lungo. Cicatrice di cinque punti sotto il piede.
Sono maledettamente egoista, attiva ma con forte tendenza alla pigrizia, tendo a sentirmi superiore perfino a chi ha più soldi di me, per un motivo o per l’altro. Con gli anni ho perso quel poco di pazienza che avevo, e sono spesso soggetta a cambi d’umore improvvisi dati dal mio essere e pensare incoerente. Non sono portata per i lavori di gruppo perché mi piace l’indipendenza. Mi piace essere responsabile di quello che faccio, e non doverne rendere conto a nessuno. Sono pettegola, abbastanza snob, criticona e a volte poco delicata. La mia filosofia è “chi mi ama mi segua”. Per questo sono ben pochi quelli che mi stanno attorno, ma la mia seconda filosofia è “meglio soli che male accompagnati”. Poi la gente sparla, ma la mia terza filosofia è “meglio avere nemici che essere ignorati”.
Tutto questo per dirvi che conosco i miei difetti. Li conosco tutti, ve li ho elencati, adesso li sapete tutti anche voi. Perché l’ho fatto? Per evitarvi una mole di lavoro enorme nel giorno in cui decidiate di criticarmi. Potrò dire che io lo sapevo già, che ve lo avevo detto. Risparmiatevi la fatica.
Tutto questo per dirvi anche che ho venticinque anni, nel complesso tutti i difetti si notano meno, e di tutte le tragedie che ho elencato qui sopra sono orgogliosissima. Alla faccia vostra.

scazzoC’è qualcuno che non riesce a togliercisi, dallo Scazzo. Non credo si tratti banalmente di colloquiare con se stessi e stabilire che non ce n’è, non sapendo dove si vuole arrivare è inutile mettersi in strada. Tutte balle, consolazioni misere per chi è troppo pigro, e spesso ammette tra i suoi difetti proprio la pigrizia (mettendosi in balia degli eventi, non si ha colpa). Io non so dove andare, non so dove arriverò e non so se arriverò mai a qualcosa. Ma mi piace fare strada, anche solo girando in tondo. Mi piace pensare che dovunque arriverò, mi sarò divertita. Che avrò fatto il massimo per realizzare qualcosa di me, che non so se sarà la parte giusta che dovevo realizzare, ma in tutti i casi avrò fatto qualcosa, e da quel qualcosa ne avrò tratto giovamento.
C’è chi vive per viaggiare, chi per scrivere poesie, c’è chi vive per il giornalismo e chi per la palestra. C’è chi come me non ha ancora trovato, nonostante un quarto di secolo, la propria strada e aspetta solo che… se Maometto non va alla montagna, la montagna finirà per andare da Maometto. Mi aspetto di trovarmela davanti strada facendo, la mia via, un bivio o qualcosa del genere, anche solo un sentierino, mi accontento. Ma se sto in casa a piangere su me stessa e sugli anni persi di sicuro non raggiungerò niente.
E’ una triste vita, quella di chi piange su se stesso, sul latte versato, sul latte ancora da aprire e lacrime di coccodrillo. Si piange troppo spesso, è una cattiva abitudine. E non è vero che fa bene agli occhi, il collirio fa meglio. Se piangessimo meno forse ci rimarrebbe il tempo per noi.
Siamo vittime, ci comportiamo da vittime. Vittime della pigrizia, del caldo, del destino, del cibo, dell’alcol, della droga, dei dolci, della noia. Io non ho mai visto una bottiglia venirmi a bussare la porta. Tutte queste cose ce le andiamo a cercare, ce le godiamo, e poi passiamo il resto del tempo a lamentarcene. Il fatto è semplice: a noi esseri umani piace essere compatiti. Ci piace farci del male per poi essere fintamente compresi dal primo amico o passante. Che ci dirà che sì, è comprensibile, con tutto quello che abbiamo passato. Eh, era un momentaccio. Eh, non ci sono più le mezze stagioni. Balle. La realtà è che sono tutte balle. La volontà ci è stata data, ma usarla è rischioso. E’ più comodo farsi trascinare piuttosto che camminare con le proprie gambette grasse. Ma la fatica paga, la noia uccide.

posta del cuoreDevo smettere di mangiare. No, non in linea generale e continuata. Adesso.
Ho passato il pomeriggio pucciando cioccolatini nell’Abitella alternandoli ai grissini, stasera non smetto più di mangiare pavesini, biscotto della salute, bere tè e caffè in modo alternato e compulsivo. Il tutto condito da Mai dire grande fratello, in questo momento si inciuciano in quattro in un grande lettone matrimoniale. Il mio stomaco chiede la grazia, ma per stasera non l’avrà.
Scrivo per nessun motivo in particolare, se non per dire a quel povero che ha trovato questo blog cercando la cura per “brufoli sotto al piede”  che forse è il caso di fare un salto dal dermatologo, probabilmente sono verruche. O vesciche, non so, ma dubito siano brufoli. Evita di schiacciarli, se non vuoi diventare un appestato. Invece per chi ha cercato “come togliere brufoli rossi nell’inguine”… beh, rassegnati, non c’è soluzione. Si chiamano peli incarniti, fanno la pallina, si irritano, diventano gialli a volte e altre no. Se li togli rimane il segno, se non li togli rimane la palla. E’ un circolo vizioso, lascia perdere. Evita la ceretta, oppure fai tanti scrub che non cambia niente ma almeno hai la coscienza a posto. Io ho imparato a conviverci benissimo.
Per “brufoli gambe crema” non ho soluzioni da proporre, o la tua pelle è ipersensibile (e allora abituati ad usare il rasoio a vita” o la crema che hai usato è una delle peggio creme da discount (e allora vai dall’estetista per una sana ceretta). Per tutti quelli che cercano spiegazioni su quel grande mistero che sono le “mestruazioni”… che dirvi, è quella cosa per cui l’umore di una donna cambia repentinamente, mentre la parte bassa della sua pancia duole ferocemente, e finisce per uscirle sangue tra le gambe. Cambia l’olio, in pratica, e succede una volta al mese. Non è manifestazione del demonio e nemmeno una malattia cronica. Non preoccupatevi (a meno che non salti il cambio dell’olio per più di un mese, e allora è meglio che voi cambiate aria. E in fretta).

pillsDieci militareschi esponenti della Polizia Municipale lì per fare multe ai possessori di cane non al guinzaglio. Ringraziamo che non ce ne fossero a tiro, e che Alf non fosse libero, se no sono 200 euro di multa. Ma a quei bastardi avrei voluto fare un bel sermone. Il principio è sempre lo stesso: io lascio la macchina 5 minuti sulle strisce e mi fanno la multa, il tarro/terrone/rumeno ubriaco o fatto di coca passa un corso a traffico intenso alle 3 del mattino senza rispettare lo stop, senza neanche sfiorare il freno, e se non lo ammazza un camion se ne può strafottere.
Il fretello della mia ragazza se ne va tranquillo in discoteca e lo pestano in sei. Il figlio della sorella della mia colf esce una sera anche lui tranquillo con amici, non sta bene e lo ritrovano due settimane dopo morto nel fiume.

Ma andiamo più sul semplice. Alla stazione ci sono delle vecchie che sembrano prese direttamente a Kabul con dei sacchi alti un metro pieni di pagnotte e le vendono. Idem per metà quartiere San Salvario: tra un po’ sgozzano nei loro modi i montoni per strada. E vendono. E scontrini niente. Se vogliamo un pusher ve lo trovo in 10-15 secondi. In realtà basta fermare qualunque negro/albanese che incontro da ste parti (per coglierlo sul fatto basta fermarlo dopo il calare del sole: come gli inglesi nelle colonie che bevevano wiskey solo quando veniva la sera) e non ho dubbi su che lavoro faccia.

Ci sono i coglioni che giovedì, venerdì e sabato sera alle 3 del mattino camminano sotto casa mia in gruppi di 20 persone, urlano, ridono, a volte si pestano e a volte si limitano a prendere a calci le portiere della auto parcheggiate, la segnaletica stradale, un po’ quello che capita (probabilmente anche il fratello della mia ragazza, se ci fosse).

E dov’è che voglio arrivare? A dire che alle 7 e 30 del mattino, in un parco, ci sono solo dei cazzo di pensionati con i loro cani isterici di taglia piccola. Non ci sono pitbull. Non c’è Mr. Crimine. No, ci sono i vecchietti. E sti bastardi di vigili urbani ci vanno in 10, per fottere 200 euro a cane sciolto. Non un abusivo a cui dicano “ba”, non una volta (e glieli vedi passare di fianco) che “osino” dire ai punkabbestia di mettere il guinzaglio al loro cane. Allora se funziona che più metallo ho in faccia, tra piercing, catenelle e cazzate varie sotto i rasta, più sono intoccabile, quasi quasi me ne esco in armatura. O forse basta solo essere comunisti, no global, extracomunitari, persone “difficili” o indigenti o “poverini, criminali perchè la vita non gli ha dato scelta” o drogati. Basta quello.

E dire che sono un sacrosanto legalista. Per me quelli che ce l’hanno con i carabinieri per il picio Giuliani, morto come un coglione mentre tentava un omicidio a Genova tanti anni fa, potrebbero tranquillamente essere passati per le armi. Per me ad uno sciopero non autorizzato, o ad una manifestazione appena si rompe anche solo una bottiglia per terra, bisognerebbe aprire il fuoco ad altezza uomo. Però c’è un distinguo: polizia e carabinieri sono almeno potenzialmente forze dell’ordine. In quanto tali le rispetto. Vigili urbani & Co (e fra un attimo parlo di Co) invece sono burocrazia. E questo fa schifo. C’è la società che collassa e godono a multarti per le stronzate. Un rettilineo perfetto senza traffico, vai ai 70 kmh e hai la multa. Fai la via sbagliata e hai la multa. Scorreggi, tu che hai l’aria per bene, e ti fanno la multa. Poi dicono che non c’è la legge del più forte: bisogna semplicemente fare paura. Chiunque abbia le palle per uscire dalla legalità ormai è a posto, diventa intoccabile perchè non si vogliono grane. Ma vaffanculo va, tutto questo mentre la società cade a pezzi come un crostone di ghiaccio che si scioglie sotto il sole della privamera.

PS: parlando dei Co di cui sopra, sono gli omini dei parcheggi a zona blu. Ora: io ho il diritto di girare in auto senza otto chili di monetine. Ho il diritto di uscire dall’auto dopo averla messa in un posto che non arreca disturbo a nessuno senza che questo debba costarmi 2 euro all’ora. Ho il diritto di circolare (lo dice la vostra costituzione cari comunistelli) e di farlo gratis. Queste non sono leggi, questi non sono poliziotti, sono dei cazzo di interinali che godono a sentirsi potenti nel farti il verbalino. Ma chi cazzo sieteeee??? Li vedi, di solito obese trentenni dalla vita di merda e i capelli rossicci, che si atteggiano a Batman dei calabresi… Diamo fuoco a tutto.

Il tutto tratto da qui: http://usualfallout.wordpress.com/, ringrazio McWagon per la gentile concessione non autorizzata.

Grazie.

30/03/2009

vaff...Oggi siccome sono di buon umore voglio fare un pò di ringraziamenti.

Ringrazio in primis il pirla che continuando a stare attaccato al culo della mia macchina col suo furgone ha rischiato per ben due volte di sfondarlo. Me lo sono immaginato albanese, qualcosa del genere, giovane e imbecille, con un lavoro precario di trasportatore. Questo il motivo per cui aveva fretta, di sicuro.
Ringrazio l’infermiera che continuando a toccarmi il braccio mentre con l’altra mano girava l’aghetto e lo infilava sempre più a fondo faceva facce di sfida. Ehm, gioia, non è la Gold Rush.
Ma dopo dieci minuti di tentativi ha trovato la vena (“uh ma quanto è profonda”) e si è sentita realizzata. Del mio braccio gonfio e verde neanche una parola.
Ringrazio chi ha inventato storia dell’educazione europea. Amo terribilmente crogiolarmi in astrattissime seghe mentali e poi doverci anche sostenere un esame. A morte.
Ringrazio la ASL per avermi permesso di fare gli esami del sangue a soli centotrentuno euro virgola venti. Mi costano come un viaggio. E so già che valori fuori di molto non ce ne saranno, non sto mica morendo. Pare.

Ringrazio un pò tutti voi, la pioggia, lo scazzo, il sole con la pioggia, le fragole.

Vecchiaia

21/03/2009

lunaNon ho l’eta. Non più almeno, fino a un po’ di tempo fa ce l’avevo ancora tutta.
Poi si invecchia, si sta insieme al fuocodipassione prescelto per più di qualche mese, e anche i succhiotti spariscono. Niente più macchie violacee, segni di evidente passione. Neanche più qualche lividetto fatto per sbaglio.
Si ingrassa. Guardo le foto di un anno fa e inorridisco. Sembro la cugina grassa di quella lì. Mi sento più intelligente in compenso, ma cavolo, non ho mai detto di voler far cambio. Voglio tornare magra. Che magra non ero, ma lo ero comunque di più. E soprattutto ero tonica, e lo sto notando adesso (ah non si apprezza mai quel che si ha, eh sì).  Da martedì piscina, e dieta, e litri di acqua naturale, e addio alla ritenzione idrica. E devo fare la ceretta e tagliarmi un po’ i capelli per smetterla di fare quella cosa durante tutte le lezioni. Una cosa disgustosa, per chi guarda, ma iperrealizzante per me. Scruto le punte dei miei capelli scrupolosamente, per ore, mentre la gente parla, cercando di individuare quelle che si dividono scomponendosi in tanti piccoli sfilacciamenti. Poi individuo, ed entra l’automatico: prendo il capello con le due mani, facendo attenzione che sia solo, lo metto tra gli incisivi e tac, mordo. In mano mi rimane la doppia punta, il capello lo sputacchio fuori. Ore, ci passo le ore.
Ho messo in ordine il mio armadio, oggi, dopo settimane di accumulo di vestiario in ogni dove. Sullo stepper (inutile dire che ormai anche lui serve solo più a quello), nella vasca da bagno, su una sedia trascinata in camera apposta per far fronte all’emergenza, sulla mia poltrona, nel cesto delle bambole (ebbene sì, ho anche una collezioncina di My Dolls. Lo dico sempre io, che non sono mai uscita dall’asilo. Qui sotto la scrivania ho sei confezioni di pongo). Ho tirato fuori e rimesso dentro tutto. Però in modo minuziosamente e maniacalmente ordinato. Poi ho fatto la stessa cosa con l’armadio del bagno, trovando una location adatta a tutte le scarpe e alle borse. Ho scoperto di avere scarpe gialle, verdi, nere col tacco alto. E’ il 21 marzo, è il caso di chiamarle pulizie di primavera.
Sono allibita. Su Cosmopolitan (che viene recapitato a casa mia ogni mese direttamente da parte della nonna, che mi ci ha abbonata qualche anno fa e da allora forse per inerzia ha continuato a farlo) esce di nuovo un romanzo a puntate. Vorrei che da qualche parte ci fosse qualcuno ad aspettarmi, un romanzo a puntate di Anna Gavalda, così recita il titolo. Una roba di un noioso mortale, ti prende fin dalla prima riga…  “Si chiama Alexandre Devermont. E’ un giovanotto biondo e roseo”. Bah. Quanta carta sprecata. In compenso devo approfondire la notizia in copertina: sapevi che puoi provare 5 diversi orgasmi? Questo è moooolto meglio.
Pensavo, mentre sistemavo l’armadio, che non ho ricordi della mia recente infanzia forse perché mi hanno saccheggiato la casa. Voglio dire: ho qui delle bambole che però hanno 3 anni di vita, e quindi non mi ricordano quando ero bambina. Avevo anche Baby Mia, da piccola, e Sbrodolina. Quando  i miei hanno divorziato, e quindi abbiamo velocemente cambiato casa per cambiare velocemente pensieri, hanno lasciato tutta la casa a disposizione degli avvoltoi. Avvoltoio zio, avvoltoio zia, avvoltoi cugini. Gli han detto: guardate in giro e se vi serve qualcosa prendetelo. Per facilitare i traslochi. Poi è mancato, forse perché da parte della squadra genitrice i problemi in quel momento erano altri, il controllo all’uscita, e chissà come sono andate smarrite anche un sacco di cose che non erano omaggi. Mi manca più che altro la mia giostra di Hello Kitty con tutti i personaggini, e la mia bambola Ramona. Un nome da zoccola, lo ammetto, ma lo aveva già quando me l’hanno regalata. Aveva i capelli rossissimi raccolti in due codine laterali e le gote rosse. Morbidosissima e grande quanto me. Sparita, buh. Non parliamo delle carrellate di libri che gli infami si sono portati a casa. Che poi ho un parentado di zoticoni ignoranti, l’unica ipotesi valida è che se li siano presi per rivenderli. Mica scemi. Mi manca anche un po’, adesso che ci penso, una grossa mela di vetro che dentro teneva un sacco di piantine organizzate tipo giardino roccioso. Era accanto al pianoforte in salotto quando ero piccola, questa è l’unica cosa che ricordo. Di quella casa là mi manca il terrazzo, grande e infinitamente lungo al settimo piano, e la  vista sulle montagne bianche. Mi manca anche la soffitta, dove mi rintanavo quando ero triste a cercare le cose abbandonate, la gabbia coi miei dieci canarini, il lettone altissimo della stanza degli ospiti. Il tecnigrafo di mio padre che stava al secondo piano e quando era ora del mio compleanno veniva trasformato in tavolo e  sotterrato da torte, salatini, patatine. Lo stereo al secondo piano, ancora per i dischi in vinile. Poi non mi ricordo molto altro. Una grossa grossissima libreria (i libri più che altro erano d’arte, essendo i genitori entrambi del settore), un grosso specchio e un grosso comò nella stanza dei miei, col lettone in ferro battuto. Le tende curatissime di mia madre, in tinta con il divano e la tovaglia. Ho una madre perfezionista, ecco da chi ho preso. Mi ricordo l’albero di Natale nell’ingresso forse uno degli ultimi inverni passati in quella casa, quella che è rimasta la mia casa, che i nonni, adesso posso dire forse per non farci sentire la tristezza, avevano attorniato di regali costosissimi. Forse è stato l’ultimo Natale, la crisi era già iniziata. Se si può chiamare crisi, quella roba lì.

blogging

Ho scritto un libro. No, non uno intero. Ho scritto un inizio di libro. Mi sentivo ispirata, un Fabio Volo dell’universo femminile. Mi succedevano cose – la prima, quella scatenante, un pianto improvviso sul pullman – e le mettevo giù. Il mio stile fa venire i nervi, uso troppi punti fermi. Passo. Chiudo. Quasi stilizzato. Un nonstile di scrittura. Sono figlia di Ignoranza anch’io.

Ho scritto un libro, e non avevo mai il coraggio di rileggere quello che avevo scritto. Quando avevo qualcosa da aggiungere, aprivo il file, scrollavo giù tutto col mouse, e partivo da zero. Risultato: il sovrapporsi sregolato di informazioni per lo più incomprensibili del tutto al lettore. Come del resto lo erano per me, che le vivevo. Una scelta, poteva sembrare, pur non essendolo.

Ho scritto un libro, e sono convinta che se tutto quello che contiene non fosse parte della mia vita reale, delle mie sensazioni, delle mie emozioni, dei miei giudizi, a qualcuno lo farei leggere. E invece no. Giace lì in una qualche cartella, forse quella che ho chiamato Dimenticatoio. E credo viva nell’attesa palpitante di essere considerato da qualcuno, magari dall’autrice, ma mi spiace dovrò deluderlo.

Ho scritto un libro, ma non l’ho scritto per scrivere un libro. Che poi ricordiamoci che è solo un inizio di libro. Non sono l’unica. Conosco chi di libri ne ha scritti più di uno, e non ha mai avuto il coraggio di portare a termine il principale, quello su cui ha riposto più fiducia. E chi conosco io le doti di scrittore le ha davvero, scrive come avrebbe fatto un qualsiasi grande scrittore del passato, perdendosi in dettagli sofisticatissimi e pensieri colti, non di cavolate banali e quotidiane come la sottoscritta.

Forse è questo il problema. Il suo problema. E’ cambiato tutto. Viviamo nell’Immediatezza. Non è più tempo per i mondi della ricercatezza, della pazienza, della lettura, della cultura, dello stile.
Chi ti legge non aspetta altro che identificarsi in quello che legge, almeno in parte. E se tu piangi su un mezzo pubblico, beh, almeno una delle donne che leggono il tuo libro (e chissà, forse anche qualche uomo) l’ha fatto. E si immedesima in te, e cerca in te la comprensione che dai suoi simili – quelli veri, quelli con cui condivide le giornate – ormai non trova più.

Ho scritto un libro. Ma in fondo… chissenefrega, sono solo canzonette.

Lei è Pinase.

Non mi chiedete perchè, è un nomignolo onomatopeico. Nato dalla mente malata di un bimbo che guardando per la prima volta il suo gatto nuovo di pacca non ebbe idea migliore che chiamarlo tenerosamente PINASEEEEEE. E Pinase è rimasta. Ci sono gatti con nomi peggiori, in fondo. Pinase ha 5 vite. Due se le è bruciate stupidamente cadendo da 1) balcone 2) finestra, ma a fatto accaduto era ormai troppo tardi per andare a sindacare su come fosse meglio perdersele.
Io e Pinase ci parliamo a versi. Ne fa di teneri, sembra quasi umana. E’ umana. In tutti i casi ci capiamo. So quando vuole uscire per fare pipì (rrrraor), so quando vuole rientrare (cicciccic contro il vetro), so quando vuole scendere dal letto a soppalco (miaaaaao) e so quando vuole mangiare (maaaau maaaau).

Tutta questa cosa ve l’ho raccontata per divagare un pò, perchè mi sto annoiando.
MA il succo era un altro: vorrei essere lei. Comodamente adagiata su un piumone a fiori in compagnia di un(-a? ma non è ttonna) Uglydoll che di nome fa Jeero. Che poi in italiano suona come giro lungo, tutto qui. Giiiro. Non è un gran nome, ma glielo hanno appioppato direttamente in America. O in Cina, chissà chi decide i nomi dei peluches.
E allora sapete cosa ho fatto, visto che nonostante i lunghi peli distribuiti in modo omogeneo sul corpo e qualche baffetto biondo non riesco, davvero non ci riesco, ad immedesimarmi in un gatto?

Mi sono attrezzata. Ho spostato Giiiro, che adesso è qui con me. Ho messo una copertina di pile sul pavimento, che mi fa sentire come se fossi ancora bambina a disegnare sul pavimento. Ho i fogli, le penne colorate, le matite. Una tisana alla pesca, che a Pinase farebbe cagare. Però le piace il parmigiano, adora le brioches e ama leccare il piatto quando finisco di mangiare. Per farlo ha anche imparato a leccare piatti sul tavolo da seduta, ed è diventata una specie di star. Compostissimamente seduta si sporge fino a riuscire a sberliccare tutto il fondo del piatto. E se ogni tanto glielo giri, è ancora più felice. Io sono felice di avere una lavastoviglie potente, invece.
Comunque, ho modificato tutto ciò che mi sta attorno perchè mi potesse far sentire più gatto. Più serena, più con niente da fare. Poi arriva Pinana (eh nooo, ve la eravate persa!!) e mi rompe le palle perchè vuole giocare, e così mi sento gatto davvero. Pinana è tutta diversa da Pinase. Ha tanti tanti anni in meno ma ancora 7 vite, anche se minacciate da una leucemia che prima o poi temo gliele porterà via tutte e sette insieme, il botto. E’ grigia e morbidosissima, mangia un pò qualsiasi cosa ma non ama i dolci come Pinana. Lo yogurt, quello sì. E la carne. E il pesce. Mica scema. Si chiama Pinana perchè essendo arrivata per ultima era una sorta di Pinase piccola. PiNana. Non è coccolosissima, ma le prendono ogni tanto dei raptus e DEVE essere coccolata a tutti i costi, altrimenti ci rischi timpani e tende. Il resto del tempo lo passa a farsi le unghie sulle porte e mangiucchiare gli angoli delle scatole di cartone Ikea.

Oh. Un rrrrrr. Questo è il verso del coccolami, devo andare. Miao.

La scuola è finita. In questi giorni, con i gruppi folti e variopinti di studenti liceali schierati (e urlanti) davanti a Palazzo Nuovo. Per cosa?
Perchè Gelmini buuuuu. Gelmini nooooo. Gelmini waaaaa. A versi, come gli animali. E intanto la giornata di scuola salta, ma per una nobile causa.

Perfino ad AnnoZero hanno avuto il cattivo gusto di mostrare frotte di bimbetti forse neanche alle elementari che urlavano Non vogliamo la Gelmini (e adesso ridateci il ciuccio).
Mi viene il dubbio: qualcuno di questi – di sicuro non i piccoli balilla, ma mi riferisco ai genitori che lì li ha piazzati – ha per caso, dico PER CASO, idea di cosa preveda la proposta di legge? Per caso, qualcuno ha fatto lo sforzo di stamparsi dal magico mondo di Internet (ebbene sì, serve anche a quello) il documento e leggere tutte quelle 10 paginette scritte a caratteri grandi? Il dubbio mi viene, e mi rimane.
I punti principali:
Valorizzazione del merito nell’ambito della scuola, dell’università e della ricerca – Cosa c’è di tanto preoccupante? E’ ciò che tutti gli altri paesi europei già hanno applicato, manchiamo solo più noi.
Piena concorrenza tra le autonomie scolastiche – Buona idea, magari viene la voglia di migliorare i servizi
Penalizzazione dello scarso rendimento – E ci mancherebbe pure.
Aumento di selettività dei meccanismi di avanzamento sociale – Sarebbe ora!
Esami preliminari obbligatori per l’accesso alle università – Parlo da studentessa di Lingue indignata. Nel 2003 nella nostra facoltà è stato avviato un corso di lettorato inglese LIVELLO ZERO per chi non è stato in grado di superare i test di livello iniziali. Cosa che a Lingue non dovrebbe neanche essere partorita dalla più fervida immaginazione. Non sei capace, evita di perdere tempo e vai a fare la commessa, dove magari scopri di essere un genio delle scienze della comunicazione.
Soppressione degli enti pubblici che risultano inadeguati rispetto agli standard internazionali + provvedimenti e sanzioni disciplinari per grave carenza di risultati o rendimento – Potrebbe essere un modo valido di spronare la gente a lavorare sul serio, no?

….E poi arriva Lei. La Grande Questione. La brutta bestia (inaccettabile, ciuelo, assolutamente inaccettabile) del MAESTRO UNICO. Stronzate gente, tutte stronzate.
Sempre ad AnnoZero ho sentito una mamma imbestialita dire che suo figlio non lo lascia cinque anni nelle mani di un tiranno che decide tutto.
Ma siamo impazziti? O meglio, SIETE impazziti? Ho fatto le elementari in una scuola parificata.
Maestra unica, la buona vecchia Maestramaria (per noi non erano due parole, era una soltanto senza pausa in mezzo. Era tutto il suo nome). Non mi sono mai sentita oppressa nè nelle mani di un piccolo mostro pronto a tutto pur di farci sentire esseri inferiori. Le abbiamo voluto un sacco di bene, era il nostro punto di riferimento. Quando hai 6 anni ti fa quasi piacere l’idea di non assistere passivo ad un avvicendamento di estranei dai ruoli poco chiaramente definiti alla cattedra. Maestramaria sai che è sempre lì, che aspetta te e che se hai dei problemi puoi contarci su. Maestramaria è quella di cui hai fiducia perchè è una che sa tutto, di italiano, storia e matematica. Vuoi diventare come lei da grande, o magari semplicemente te ne sbatti, ma sai che se ti sanguinerà di nuovo il naso sarà lei a curarti.
Morale: avere una maestra unica non mi ha procurato nessun tipo di danno fisico o mentale, sono cresciuta bene e ancora adesso penso a lei con affetto. Di conseguenza, non vedo tutto l’allarmismo a questo riguardo. O meglio, vedo il TERRORE negli occhi delle maestrine di tutte le statali del mondo, che rispetto alle private lavorano la metà del tempo smezzandoselo con un’altra maestra. Terrore di dover lavorare il doppio allo stesso prezzo. Un male tutto italiano.
E vedo anche un popolo di pecorotti, un grande gregge, che pende dalle labbra di pazzoidi che sostengono che coi pannelli solari si possa salvare il mondo solo perchè san parlare forbito senza citare troppi dati preoccupanti. E poi i versi. Beee, buuu, baaaaa.

Rimane che Maestramaria era una brava maestra perchè SAPEVA. Sapeva le cose che spiegava e sapeva come trasmetterle. Negli ultimi tempi invece sento maestre delle elementari parlare in modi alternativi (se lo avrei saputo, glielo dicevo), scrivere in modi altrettanto fantasiosi (fà, và, stà), non sapere fare i calcoli (7×8….mmm…..) e confondere gli e le. Gli per tutti, noi siamo per la parità dei sessi.
Questo deve cambiare. Dobbiamo sapere che affidiamo i nostri figli a persone competenti, e per esserlo non basta che possiedano la laurea in scienze della formazione. Qualcuno se ne occupi.

Urge un CAMBIAMENTO. Che quello proposto dalla Gelmini sia il migliore, questo io non posso saperlo. Ma se non altro è un INIZIO. E chi ben comincia, è a metà dell’opera.